Il ’15/18 , il periodo oscuro in cui Tomovic divenne eroe. Tratto da una storia vera

 

“Nonno, è vero che nel dal ’15 al ’18 ci fu una guerra e fu un periodo bruttissimo?”

“Certo. Tutto iniziò nell’inverno del ’15. Devi sapere piccolo mio, che la Fiorentina allora era una squadra di serie A ed era considerata una delle 7 squadre più forti d’Italia”

“Quindi nonno, vinceva tanto?”

“No amore non vinceva..”

“Ma allora perché dici che era forte?”

“Tesoro mio, era forte ma non vinceva”

“Allora non era forte abbastanza?”

“Senti amore di nonno, volevi sentire la storia di Tomovic o farmi incazzare?”

“Scusa nonno”

“Dicevo, era dicembre del ’15 e la Fiorentina si trovava in testa alla classifica di serie A. a Firenze c’era un clima festoso e gioioso, il viola imperversava nelle strade con bandiere appese alle terrazze e sciarpe esposte nei lunotti posteriori di tutte le auto che circolavano tra le trafficate strade di Firenze. E allora erano davvero trafficate. L’allenatore era un portoghese tutto di un pezzo, bello, snello, alto, capello ordinato, voce grossa e sguardo a metà tra un seduttore e un sonnambulo. Con la sua pronuncia strascicata e la profondità della sua voce ammaliava le folle nonostante non si capisse bene quello che voleva dire; era forse per quello che la squadra in campo risultava imprevedibile. Forse le sue indicazioni non erano chiare a tutti o forse erano fraintendibili, fatto è che in campo si intravedeva a stento uno schema preciso e in quel fluttuare errante di maglie viola, succedeva spesso che gli avversari si confondessero. La squadra festeggiò il capodanno con euforico entusiasmo e il giorno dopo il mister si riunì con la direzione sportiva per definire le strategie del mercato. Quella squadra aveva evidenti lacune e andava bilanciata per poter terminare l’anno in vetta alla classifica. L’allenatore portoghese cercò di spiegare minuziosamente i motivi che rendevano quella squadra migliorabile, individuando nelle fasce il vero problema. Lui lamentava un livello troppo basso della catena di destra rispetto a quella di sinistra. Il terzino destro era Tomovic e il sinistro Alonso. Secondo il portoghese Alonso era troppo forte rispetto a Tomovic e questo portava spesso a iniziare l’azione da sinistra e allo stesso tempo portava gli avversari ad attaccarci sulla nostra destra. Il pensiero era chiaro ma il suo modo di raccontarlo non lo fu altrettanto. Forse complice l’alcool della sera prima unito allo strascicante slang iberico, si creò un’incomprensione importante che portò la società a cedere Alonso.

“Forse non mi sono spiegato bene” disse il mister

“Tranquillo” replico il direttore sportivo “adesso che hai Tomovic a destra e nessuno a sinistra vedrai che il gioco si bilancia”

E in effetti così fu. Il gioco si bilanciò a tal punto che per i restanti 5 mesi di campionato la Fiorentina subì reti indistintamente da sinistra e da destra e non sapeva più da che parte fosse meglio attaccare.

Questa spiacevole incomprensione, portò ad un leggera frattura nell’ambiente societario tant’è che nell’estate del ’16, il mister smise di rispondere e di parlare. Non si capì mai fino in fondo se quel trauma lo avesse reso muto oppure sordo. Qualcuno meno incline a credere a fenomeni patologici ipotizzò che fosse solo stronzo.

Il cessato dialogo fece decadere la necessità di avere un direttore sportivo che parlasse correttamente italiano e quindi si pensò bene di tagliargli lo stipendio esonerandolo. Era luglio del ’16 quando fece ritorno a Firenze il mago di Vernole. Era un uomo corpulento amante del cibo, del vino, del cibo, del calcio, del cibo e si interessava molto anche di quadri, di cibo, di arte in genere e di cibo. Era fisicamente ingombrante con un aspetto che incuteva un certo timore reverenziale specialmente a tavola. Quel burbero amante della buona tavola, era solito ingerirla con tutte le sedie e, 2 superstiti, giurano di averlo addirittura visto deglutire i commensali. Era luglio, faceva caldo, giunse in auto a Campo di Marte rigorosamente prima di pranzo e discusse a tavola con la dirigenza di strategie di mercato. Le riunioni si tenevano spesso a tavola perché lui, il direttore, sosteneva che “i buoni affari si fanno a tavola” e di questo ne era convinto soprattutto il ristoratore. L’interprete ebbe un bel da fare in quella torrida estate del ’16 per mediare tra la dirigenza e il direttore ma su un punto si trovarono d’accordo: “Queste riunioni ci costano troppo, è necessario vendere qualcuno”.

Tra il direttore e il mister ci fu un rapporto bellissimo, fatto di stima reciproca e soprattutto di nessun alterco né diverbio. D’altronde sarebbe stato impossibile non andare d’accordo; il direttore parlava una lingua incomprensibile e il mister non rispondeva.

Il direttore poté tranquillamente operare indisturbato nel mercato estivo grazie anche al bene placito del taciturno portoghese. Fu una stagione esaltante sotto molti punti di vista. La Fiorentina competé su tre fronti e riuscì a giocare tutte le partite in cui fu chiamata in causa. Non morì nessuno, lo stadio non crollò e , soprattutto, si salvò.

Il capitolo “Satagione 16/17” lo rimandiamo ad un altro racconto. Arriviamo però al punto saliente, l’estate del ’17. Il portoghese fu ricoverato al Gualandi e dichiarato non curabile.

Il direttore invece fu premiato per la sua gestione oculata e si ritrovò con un bel tesoretto a gestire la campagna acquisti. Era il 1° luglio del ’17 quando il direttore fece capire ad alcuni giocatori che non sarebbero rientrati nei piani societari per la stagione successiva. Il caso volle che si trattasse dei giocatori con lo stipendio più alto, proprio a testimoniare che i soldi non sono tutto. Tale

Borja Valero fu tenuto segregato nei bagni del Franchi per 30 giorni, lontano dai suoi affetti e privato delle meritate vacanze. Fu tenuto costantemente alla luce di fari allo xeno e gli fu tatuato sul polpaccio destro la “tangenziale est” di Milano con tutto il traffico mattutino.  Subì un elettroshock e fu portato a credere che guadagnare 3,5 mln invece di 1,7 mln fosse meglio.

Gonzalo Rodriguez, il capitano, avrebbe voluto rinnovare il contratto con la società e sarebbe rimasto volentieri sulle rive dell’arno anche con uno stipendio inferiore pur di poter vivere il resto della sua vita a Vaiano. Gli fu proposto un contratto ma gli fu data una penna senza inchiostro in una stanza chiusa e un tempo limite. Non riuscì a firmare e con l’unica telefonata che aveva a disposizione chiamò il direttore ma non si capirono. Dopo 5 giorni senza cibo fu dato alle cure di un esperto di ipnosi che lo convinse di essere argentino e tifoso del San Lorenzo, costringendolo di fatto a trasferirsi in sud America con tutta la famiglia.

Federico Bernardeschi, giovane talento e numero 10 della squadra in quel periodo, aveva da poco promesso amore eterno al club, paragonandosi a predecessori illustri e in particolare a Giancarlo Antognoni, bandiera viola degli anni passati. Il giovane, pur di non gravare sulle casse societarie, lavorava part time come indossatore di abiti di dubbio gusto e faceva il test per un tatuatore alle prime armi, raccattando così due spicci utili a sopravvivere. Durante il periodo di vacanze, il direttore gli comunicò le date sbagliate del ritiro e lo intossicò un tanto al giorno fino a farlo sentire male. Il povero ragazzo accusò una forte gastroenterite che lo debilitò a tal punto da renderlo incapace di intendere e di volere. A quel punto fu nominato un tutore di parte il quale siglò a sua insaputa un contratto con una squadra rivale. Il ragazzo quando si riprese si accorse di tutto ma fu troppo tardi. Visse i 2 anni successivi sulle panchine di tutti gli stadi d’europa prima di ritirarsi definitivamente.

Anche Matias Vecino e El Kouma Babacar fecero la stessa fine. Il direttore nel breve giro di 60 giorni mise insieme un tesoretto di circa 90 mln di euro con il quale comprò un pacchetto azionario di Edenred, società che gestiva il marchio Ticket Restaurant.

La rosa si era ridotta quantitativamente al punto che gli allenamenti li passavano giocando a calcio tennis 3 contro 3. Il nuovo allenatore, molto aziendalista, si professava sempre fiducioso.

Contro ogni scettico, alla fine arrivarono 12 talenti emergenti che consentirono alla società di iscriversi al campionato di serie A, anche se poi tutti e 12 furono mandati a farsi le ossa nelle giovanili.

Quell’anno fu un grande campionato che mise di fronte a Tomovic, l’unico vero incendibile (o invendibile come sosteneva qualcuno) la possibilità di mettersi in mostra. One man show, uno contro tutti. L’unico superstite di un periodo nero per la società gigliata e per l’Italia tutta, il triennio che passerà alla storia come il 15/18, nel quale un gruppo di valorosi uomini fu sacrificato sull’altare degli interessi economici ergendo a eroe l’uomo comune.

La Redazione



NOTA: RuttoSport è un periodico satirico, pertanto le notizie riportate sono frutto della fantasia degli autori e vanno considerate esclusivamente una lettura ricreativa. RuttoSport non è una testata giornalistica e non aspira a diventarlo. Forza Viola e sempre Juve merda!
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